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CASO PARMALAT

Tratto da Panorama online



GELO IN FAMIGLIA - Il presidente della Parmalat Calisto Tanzi, a destra, e il figlio Stefano
Scende il gelo tra Calisto e Stefano, padrone della squadra di calcio: «Mio figlio non mi parla più da tempo e non so più che cosa fare». Intanto il gip nega gli arresti domiciliari al patron: «Sulla destinazione del denaro sottratto è reticente»


 
Ci sono tutti gli ingredienti di una Dinasty all'italiana nel rovinoso crac dell'ottavo gruppo industriale del nostro Paese, la Parmalat. Forte dei suoi 7,5 miliardi di euro di fatturato nell'ultimo anno, della sua stabile partecipazione al Mib-30, della sua immagine vincente nel mondo, il gruppo di Collecchio era considerato, fino a ieri, il fiore all'occhiello del modello economico italiano. Il prototipo di quel capitalismo a gestione familiare che aveva fatto la fortuna del sistema-Italia, senza per questo rinnegare - così si diceva - le radici locali e i valori più profondi. L'azienda di Tanzi era cioé stata capace di farsi largo nei mercati esteri - si pensi solo a Parmalat Brasile - continuando a rinverdire l'utopia delle aziende a gestione familiare che sconfiggono - come novelle Davide - il Golia delle grandi multinazionali straniere. L'integerrimo, modesto e pio Calisto , cui oggi il gip Guido Salvini ha respinto la richiesta di arresti domiciliari per aver fornito una ricostruzione riduttiva delle sue sottrazioni di denaro, era il perfetto rappresentante di questa nuova razza padrona italiana che, sulle ceneri del capitalismo assistito italiano, stava esportando il modello economico del nostro Paese in tutte le latitudini. Al contrario della Cirio, dove Cragnotti rappresentava il prototipo dello spietato finanziere d'assalto, la Parmalat di Tanzi sembrava, agli occhi distratti e illusi di tanti azionisti e consumatori, una felice anomalia in un contesto economico dominato da logiche fredde e spietate. Questo fino a quando non si è saputo delle dimensioni di un debito, 13 miliardi di euro, e dei mille trucchi che avevano come obiettivo quello di gabbare creditori, fornitori e naturalmente soci. Fino a quando, cioé, si è liquefatta l'illusione della diversità, e della superiorità morale, del modello economico italiano incentrato sulla famiglia.

DINASTY ALL'ITALIANA
«Mio figlio non mi parla più da tempo e non so più che cosa fare». Si sarebbe sfogato così Calisto pochi minuti prima dell'arresto. I suoi interlocutori erano Umberto Tracanella e il Commissario Straordinario Enrico Bondi. Il luogo Milano. Sono parole che fotografano una spaccatura insanabile interna alla famiglia di cui pochi, fino al crac, sospettavano. Il figlio Stefano, patron del club, cui è oggi toccata la sorte di subire un interrogatorio a Parma lungo sette ore, non ha voluto offrire nessun alibi al padre. Anche questo segna la fine dell'illusione della diversità del modello italiano: «Avevo conoscenze generiche del gruppo e anche per quanto riguarda gli affari di Bonlat non li conoscevo». Ovvero: della società che fungeva da discarica dei debiti della Parmalat, il figlio dice di non sapere nulla. Le colpe di Calisto sono solo sue. Al club il compito ora di risanare i conti, vendendo magari subito il brasiliano Adriano, ultimo acquisto d'oro della famiglia, dopo quelli - per citare i più recenti, quando peraltro il crac era già preventivabile - di Marcio Amoroso per 70 miliardi di vecchie lire nel 1999, Savo Milosevic e il giapponese Nakata per 50 miliardi ciascuno nel 2000 e 2001.

PARMALAT CONTRO TANZI
Un altro ingrediente che testimonia della insanabile rottura del modello Parmalat come paradigma della diversità dello sviluppo italiano rispetto a quello di altri Paesi europei è la decisione del commissario straordinario Bondi di voler costituire la Parmalat come parte offesa contro l'ex Patron. L'obiettivo è quello rientrare in possesso del denaro distratto da Tanzi, semmai sia recuperabile: non si tratta delle poche 100 mila lire di cui aveva parlato l'ingengnere durante il secondo interrogatorio a San Vittore, ma ma almeno di 500 milioni di euro, per ammissione dello stesso Tanzi, destinati a alle attività turistiche della società di famiglia, di cui era presidente la figlia. Una cifra enorme cui ora gli investigatori stanno dando la caccia nella giungla dei paradisi fiscali, americani, ecuadoriani o delle Cayman, su cui si sarebbe appoggiato Calisto in questi anni. Ma i punti oscuri della vicenda sono ancora molti.

Nell'ordinanza con cui il gip rifiuta la richiesta di arresti domicialiari è scritto: «Non è ancora stata chiarita la destinazione finale delle somme che erano state distratte dalla Parmalat, per essere, quanto meno, inizialmente dirottate su altre società della famiglia Tanzi, in particolare il gruppo Parmatour, anche tenendo presente che l'indagato ha per il momento dichiarato di non disporre di alcun conto corrente all'estero». A questo punto i giudici non escludono di sentire già nelle prossime ore Francesca Tanzi, la presunta beneficiaria delle distrazioni del patron.

PARMABRASILE
Caso a parte o no? Il rischio di bancarotta riguarda anche la filiale brasiliana della Parmalat. Un'azienda modello, così si pensava, che negli anni scorsi era riuscita a diventare uno dei pilastri del panorama economico brasiliano. Ma che in realtà aveva costruito le sue fortune su allegre operazioni di finanza creativa e con un livello insopportabile di indebitamento. I giudici brasiliani comunicano che Parmalat do Brasil non avrebbe infatti pagato un debito pendente di 700 mila euro nello stato di Rio de Janeiro. La notizia del possibile crac ha scioccato molti cittadini brasiliani, anche per l'immagine positiva che si era costruita la Parmalat nel Paese. Altri cento fornitori rischiano di non recuperare più i debiti, mentre altri diecimila tra medi e grandi produttori di latte hanno rinegoziato il debito e dovranno ricevere puntualmente.

 

 

 

 

 

 


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